BOLOGNA - Gli stupefacenti entrano anche nelle parrocchie. Che non sono piu' isole felici, ma continuano comunque ad esercitare un "effetto protettivo" su chi le frequenta. Anche tra i giovani dei gruppi legati a comunita' parrocchiali c'e' consumo di sostanze, in prevalenza alcol e cannabinoidi, ma questi ragazzi sembrano essere maggiormente al riparo da comportamenti autolesivi e pericolosi. È quanto emerge da uno studio di Raimondo Maria Pavarin -responsabile dell'Osservatorio epidemiologico sulle dipendenze patologiche della Ausl di Bologna- intitolato "L'effetto protettivo dell'appartenenza a gruppi religiosi nell'uso di sostanze psicoattive". Presentata alla facoltà di Scienze della formazione di Bologna, la ricerca riguarda un campione di 700 giovani parrocchiani, dall'adolescenza ai 26 anni, messi a confronto con un gruppo di controllo di 3600 loro coetanei, intervistati tra Treviso, Reggio Calabria, Brescia e Bologna.
Quale rapporto ha con gli stupefacenti chi frequenta il mondo parrocchiale? Un ragazzo su cinque riferisce di aver fatto uso di cannabis, e sette su dieci di aver bevuto alcool, anche se in modo non problematico, ovvero senza abusarne. Molto più raro l'uso di sostanze quali la cocaina (0.8%) e l'oppio (1.4%). Ma se tra i "bravi ragazzi" delle parrocchie l'uso di sostanze stupefacenti sembra essere molto meno frequente, e' notevole invece il fatto che l'eta' del primo uso sia tra loro sensibilmente più bassa.
Tra i giovani "parrocchiani" si registra una percentuale maggiore di soggetti che hanno consumato sostanze prima dei 16 anni, "quindi- dice Pavarin- paradossalmente sono più a rischio". A fare la differenza tra i ragazzi dentro e fuori dalle parrocchie, comunque, non è tanto l'uso di stupefacenti quanto le relative motivazioni e la gestione dei rapporti personali. Tra i "bravi ragazzi" l'uso di sostanze è legato quasi sempre alla curiosita', alla socialita' e alla ricerca di nuove sensazioni: del tutto assente e' il bisogno di automedicazione, una motivazione tipica invece al di fuori del loro mondo. Pressoché assenti sono anche i comportamenti pericolosi, come la guida in stato d'ebbrezza, o i mix tra sostanze diverse ed alcolici. I giovani parrocchiani sembrano inoltre tenere in maggior considerazione lo stigma sociale associato agli stupefacenti: i loro timori non sono legati solo alle conseguenze psicofisiche dell'uso, ma anche a quelle sociali.
Ed è proprio la dimensione della socialita' a far sì che il mondo delle parrocchie eserciti ancora un "effetto protettivo" da atteggiamenti devianti. "L'appartenenza ai gruppi religiosi- chiarisce Pavarin- esercita sui ragazzi un effetto protettivo indiretto. Aspetti molto importanti in questo senso sono l'orientamento a valori positivi e la presenza di adulti nelle attivita' di gruppo: si entra in un mondo in cui il sentire è orientato costruttivamente, e questo dà ai giovani gli strumenti per una diversa gestione dei problemi". Le differenze più significative iniziano a delinearsi con l'avanzare dell'età. "Fino ai 18 anni - continua Pavarin - le percentuali d'uso sono abbastanza simili tra il mondo parrocchiale e quello al di fuori. Dai 18 anni in su, però, tra i ragazzi delle parrocchie l'uso di sostanze e i relativi comportamenti vanno sensibilmente restringendosi. Questo perchè probabilmente avviene una sorta di selezione interna: chi non ha aderito ai valori della parrocchia, la abbandona".
Pur non essendo immuni dai problemi di molti loro coetanei, i giovani parrocchiani intervistati sembrano affrontarli in maniera differente. "Si sentono meno depressi- continua Pavarin- ma spesso riferiscono di sentirsi isolati. È notevole come il 15% delle ragazze soffra d'ansia. In generale pero' hanno una migliore relazione con i familiari, con gli amici e con il partner. Hanno meno problemi a scuola e nel mondo del lavoro. Non manifestano comportamenti pericolosi e difficilmente rimangono coinvolti in incidenti stradali. Usano sostanze per facilitare i percorsi di socialita', ma le vivono in maniera conflittuale".
Le richieste che i ragazzi fanno alle parrocchie -spiega don Giuseppe Dossetti, presidente del Centro di solidarieta' di Reggio Emilia- ormai trascendono il fattore religioso.
Nell'effetto protettivo esercitato dai gruppi religiosi fondamentali sono oggi la dimensione comunicativa e collettiva, anche nella gestione dei problemi esistenziali, in cui appunto l'elemento prettamente religioso non interviene in maniera determinante. Cio' che e' determinante invece e' la qualita' del legame che si instaura nei gruppi parrocchiali. Spesso nell'adolescenza si tende a confondere la comunicazione con la prossimita': si e' vicini ma in realta' non si comunica, se non a un livello superficiale. Riuscire a creare occasioni di vera fiducia tra i ragazzi non e' una sfida semplice, ma e' l'unica vera via per creare un'identita' che non abbia bisogno di appoggiarsi alle sostanze".
26 febbraio 2010