Rom e scuola, sempre pił sintonia: tanti progressi negli ultimi 30 anni

ROMA - Non e' piu' come una volta. Oggi fra le famiglie rom e la scuola c'e' una sintonia sempre maggiore: i genitori riconoscono diritti e doveri, non ostacolano la presenza dei figli in classe, non chiedono nulla in cambio (come invece avveniva tempo fa) e partecipano alle riunioni con la scuola. I bambini si affezionano all'ambiente scolastico e continuano a frequentarlo anche quando diventa piu' difficile, come accaduto ai bambini del Casilino 700 iscritti alle scuole elementari dell'Istituto comprensivo Iqbal Masiq di Roma: anche dopo lo sgombero improvviso subito alcune settimane fa, i piccoli continuano a presentarsi in classe.
A tracciare una panoramica dei risultati raggiunti in alcuni decenni di lavoro per la scolarizzazione dei rom e' proprio la dirigente scolastica della Iqbal Masiq di Roma, Simonetta Salacone, intervenuta all'iniziativa promossa da Cilap Eapn Italia (Collegamento italiano lotta alla poverta') per favorire il dialogo e il confronto fra operatori, associazioni, istituzioni e comunita' rom sugli strumenti da mettere in campo contro le discriminazioni. La dirigente ricorda le classi separate formate da bambini rom negli anni '60 del secolo scorso e la rivoluzione delle leggi del diritto allo studio e dell'inclusione scolastica: la scuola come "diritto per tutti" che fin da subito si rivela come lo spazio privilegiato in cui "i bambini, fortemente collaborativi, vivono la scuola come luogo di tutti".
Salacone racconta le difficolta' quotidiane di insegnanti e maestri per far comprendere ai genitori, per lo piu' analfabeti, l'importanza della scolarizzazione dei figli: "I bambini la sera andavano a lavorare, vendendo fiori, e arrivavano in classe al mattino molto stanchi: finivano per dormire sui banchi. Venti anni fa ci fu una contrattazione molto faticosa con i genitori, li convincemmo prima a evitare il lavoro durante la settimana e poi via via compresero".
Qualche altro genitore, ancora quindici anni fa, chiedeva una sorta di 'ricompensa' per mandare i figli a scuola: "Io mando mio figlio a scuola, ma tu cosa mi dai in cambio?". Domande 'improprie' che adesso sono solo un ricordo del passato. Oggi, infatti, venti o trent'anni dopo, sui banchi ci sono i figli degli alunni di allora: "E non c'e' confronto- spiega la dirigente- perche' l'alfabetizzazione dei genitori e' consolidata e anche le loro abitudini sociali comprendono la scuola come punto fermo".
Il problema allora e' un altro. Anzitutto, la mancanza di orientamento nel passaggio fra le secondarie e il mondo dell'universita' e del lavoro: "E' una fase delicata per tutti, anche per i nostri ragazzi italiani: figuriamoci quanto e' delicata per i rom. Il rischio- dice Salacone- e' che questi giovani, dopo tutti gli anni di fatica e di studio, crollino di fronte alla mancanza di lavoro e alla sostanziale impossibilita' di proseguire ulteriormente gli studi all'universita'".
Secondo problema: la discontinuita' a scuola. Non per colpa dei rom stessi, ma per le politiche sbagliate: "Ventiquattro bambini che abitavano al Casilino 700 frequentano la mia scuola: dopo lo sgombero di alcune settimane fa continuano a venire in classe. Ma e' assurdo che si rischi di perdere quanto costruito in tanto tempo per colpa di uno sgombero violento". L'importanza della scuola nei legami sociali e' confermata peraltro, anche nella difficolta', dal fatto che "le famiglie sgomberate al Casilino 700 conclude la dirigente della scuola Iqbal Masiq - hanno avuto la solidarieta' del personale della scuola e dei genitori dei compagni di classe dei loro figli". Un segno che la scuola crea legami non solo fra i bambini, ma anche fra le famiglie.
18 dicembre 2009