Abruzzo, scuola d'emergenza: niente voti e molto ascolto
L'AQUILA - "Avevo dimenticato quanto fossero convincenti i bambini: qualche giorno con loro e anche io mi sono convinta di essere in un campeggio. Negli ultimi 6 anni, senza il lavoro, pensava di essere diventata vecchia e invece...". E' la riflessione di Luisa, maestra in pensione, una delle "ospiti" della tenda 33 nella tendopoli principale a L'Aquila. Da qualche giorno i volontari che si occupano dei bambini e delle loro attivita' nel campo le hanno chiesto di impegnare qualche ora delle sue giornate dedicandosi alla scuola del campo. In realta' i bambini non sono molti: una ventina fra i 5 e gli 11 anni, pochi meno quelli piu' piccoli. All'inizio, nei primissimi giorni di emergenza, mentre si allestivano tutte le parti del campo, un gran numero di clown e di psicologi si occupava dei piu' piccoli. Ora, a venti giorni del terremoto, a parte i volontari dell'Anpas, che gestisce il campo, di gente "di fuori" se ne vede poca e tocca organizzarsi.
"Qualche giorno fa, mentre facevamo la fila per entrare in mensa con Anita, la mia compagna di tenda, le raccontavo del mio lavoro: una vita con i bambini, a scuola. Una dei volontari deve avermi sentito e mi ha chiesto di aiutarli nella scuola del campo. All'inizio, spiega, ho detto di no, poi mi sono detta che qui non ci sono registri e scartoffie da riempire, genitori che ti insultano per un voto baso del figlio, consigli pomeridiani che durano fino a sera. Qui ci sono solo ragazzi, il mio vero lavoro. E allora, conclude, ho cercato quella volontaria e ho detto di si. La mattina dopo ho 'preso servizio'".
Scuola, naturalmente, in tempo di emergenza terremoto e in un campo di 700 persone, e' un modo di dire: giornali e televisioni nei giorni scorsi hanno annunciato la ripresa delle attivita' scolastiche nelle varie tendopoli allestite nella citta'. In realta', pero', si tratta di una maniera per intrattenere i giovani e aiutarli a non perdere del tutto una certa abitudine alla concentrazione, a conoscersi, a stringere legami con i coetanei presenti nel campo. "Stiamo insieme 3 ore ogni mattina, con me 'in classe' ci sono dei volontari: la prima mattina ho chiesto ai bambini di descrivere la propria famiglia, i piu' piccoli con un disegno, i piu' grandi con un tema. Sono rimasta colpita: in ogni disegno c'era la casa, in ogni tema c'era almeno un accenno al terremoto. Con i volontari e uno psicologo abbiamo capito che non si poteva evitare di raccontare quel momento. L'abbiamo fatto gia' il secondo giorno: e' rimasta la paura, il ricordo delle cose che cadevano dai mobili e le reazioni dei genitori; tutti aspettano i vigili del fuoco per andare a prender qualcosa dentro casa, ma sono abbastanza sereni: il piu' triste e' Giacomo 8 anni che ha perso il suo gatto nel terremoto. Cristina, invece, sa che quando tornera' a scuola non ci sara' una sua compagna rimasta schiacciata con la mamma fra le macerie".
La scuola in tempo di terremoto e' fatta di programmi estemporanei, niente voti, molto dialogo e tante risate: "Prima di cominciare non sopportavo questo campo, le file, le brande, le scosse che continuano e mi facevano uscire matta: adesso sono la 'maestra' del campo, mi sento meno vecchia del 3 aprile, e se tutto va come deve, l'estate del 2010 chiedo a mia nipote di accompagnarmi in un campeggio vero!".
28 aprile 2009