Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione

ROMA - Qualcosa sta succedendo in Giappone. Un qualcosa di cui si parla poco e malvolentieri perche' il farlo produce imbarazzo e vergogna. Cosi' scrive Carla Ricci introducendo il testo "Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione", edito FrancoAngeli. Una ricerca che parla di disagio, di segregazione volontaria, ritiro e tentativo di annientare se stessi, situazione in cui versano piu' di un milione di giovani giapponesi e loro famiglie. Giovani che volontariamente scelgono di isolarsi, di chiudersi e ritirarsi dal mondo, principalmente per cause sociali e famigliari, per esperienze personali negative, molestie scolastiche, difficolta' nell'apprendimento scolastico, fallimenti nell'ambiente di lavoro. Carla Ricci e' un'antropologa che vive a Tokyo e da anni svolge ricerche sul campo, si e' specializzata in tematiche psico-sociali portando a termine lavori sul suicidio e su espressioni di disagio giovanile fra cui il caso "hikikomori".

Di sesso prevalentemente maschile, questi giovani dicono addio al mondo per rifugiarsi nelle loro stanze senza piu' uscirne a volte per lunghi anni.Il caso pare abbia una spiegazione che si colloca nel contesto della cultura e della societa' giapponese, ma c'e' da chiedersi se invece, come sottolinea lo psicoterapeuta Antonio Piotti nella prefazione al testo, "esso non sottintenda un problema che interroga o che sara' destinato ad interrogare anche la nostra cultura e il nostro mondo" Il termine "hikikomori" che in inglese viene tradotto con "social withdrawal" (ritiro sociale) fu coniato negli anni '80 dallo psichiatra Saito Tamaki che individuo' "un numero sempre crescente di giovani, i quali per motivi spesso legati ad una forma di apatia scolastica, interrompevano le comunicazioni con il mondo sociale e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi ininterrottamente, anche per molti anni".

I dati ufficiali ottenuti dai centri di supporto Npo (non profit organizzation) riportano che gli adolescenti che in Giappone praticano hikikomori sono piu' di un milione, ossia il 2% dei giovani e l'1% dell'intera popolazione. Oltre il 90% sono giovani di sesso maschile, di estrazione solitamente medio alta (padre laureato con posizione dirigenziale e madre anch'essa laureata ma quasi sempre casalinga). Hikikomori si verifica in normali contesti familiari e non ad esempio, in famiglie divorziate o separate. Altre fonti come quella della associazione di genitori KHJ denunciano un numero piu' alto, pari a circa 1.600.000 soggetti.

È difficile avere una stima precisa poiche' per come e' strutturata la societa' giapponese i genitori hanno difficolta' a parlarne, anzi vivono la segregazione del figlio come una vergogna. Ma vediamo le caratteristiche di un giovane in hikikimori: ritiro sociale da minimo sei mesi, fino a periodi di molti anni, fobia scolare precedente, talvolta internet addiction con inversione del ritmo circadiano (comune e' l'inversione giorno-notte, lo fanno l'81% di cui il 61% fa ricorso ai sonniferi), mentre la societa' opera e produce, chi vive un senso profondo di inferiorita' rimane inattivo. Dalle diagnosi psichiatriche non risulta che nel momento di inizio i soggetti soffrano di malattie mentali, ritardi mentali e patologie mediche. Hikikomori non e' da identificare come una malattia (a limite questa, viene provocata dalla prolungata e volontaria reclusione), il paziente hikikomori e' il soggetto antiterapeutico per eccellenza "colui che oppone ad ogni tentativo di contatto un rifiuto a partire dal quale, qualsiasi terapia classicamente intesa, dovrebbe risultare del tutto improponibile". Ci si chiede quale ruolo possa svolgere la dipendenza da Internet e l'uso della rete.

Non sembra proprio - si legge nel testo - che l'esistenza di internet, e lo sviluppo tecnologico siano la causa di questa sindrome, sembra invece che proprio la presenza di internet e del p.c. costituiscano un ritrovato tecnologico perfettamente funzionale rispetto all'esperienza della segregazione. Chi pratica hikikomori non comunica, non si relaziona con nessuno, abbandona gli amici, non usa internet, ne' il cellulare. Fughe psicotipe, comportamenti suicidali o parasuicidli, profondo senso di inadeguatezza, quindi vergogna profonda ed esclusione per proteggersi dallo sguardo dell'altro. Elementi che potrebbero accomunanare la cultura giapponese anche a quella di tanti giovani occidentali contemporanei.

8 gennaio 2009